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I patriarchi verdi


L'olivastro di Baltolu

Sardegna: terra di alberi secolari, con esemplari di vera e propria archeologia botanica

 

Pubblicato il 6/04/09

 

   Raimondo Lai, alla soglia degli 80 anni, guardava il suo patriarca verde tra i graniti di Luras, a cento metri dalla chiesetta di Santu Baltòlu, e quasi si commuoveva.

   “Quando sono arrivato qui da Benetutti, alla fine della guerra, con il mio gregge di 50 pecore, quest’albero è stato il mio primo rifugio, quante notti ho trascorso sotto le sue chiome.” Il vecchio allevatore che regnava in questo lussureggiante angolo di Gallura ha lasciato in eredità uno straordinario monumento verde: un magnifico olivastro alto 15 metri, un tronco di 12 metri di circonferenza che sembra scolpito dalla natura. Un grandioso esempio di archeologia botanica, sopravvissuto ai secoli e agli uomini fino a conquistare il titolo di patriarca verde d’Italia. Secondo un censimento del ministero dell’Agricoltura è l’albero più vecchio: ha almeno tremila anni. La sua origine dunque si perde al tempo dei nuragici.

 

   Sardegna terra di vegliardi, anche nel mondo vegetale. L’assessorato regionale dell’Ambiente e il Corpo forestale regionale ne hanno censiti una cinquantina, molti dichiarati monumenti naturali. Lecci, ginepri, roverelle, castagni, noci, tassi, lentischi, filliree, persino aranci, come quelli di Milis, nell’Oristanese.

 

   Alberi che richiamano antiche leggende, come l’olivastro millenario che sorge a fianco della chiesetta sul mare di Santa Maria Navarrese, eretta nel 1502 dalla figlia del re di Navarra dopo essere scampata a un naufragio. Giganti che ricordano miti planetari, come quello dell’albero cosmico che attraversava e metteva in comunicazione tre mondi: gli abissi del sottosuolo, la superficie della terra e il cielo. È il caso del leccio di Badde Tureddu, nel cuore del Supramonte di Orgosolo: sei metri di circonferenza, sorge su un grande masso squadrato di calcare, adagiato su un torrente come un gigante che si abbevera tra le abbondanti fioriture di rose peonie. Alberi che raccontano storie di eroi e di esìli, come il pino domestico che Giuseppe Garbaldi piantò a Caprera nel febbraio 1867 per la nascita della figlia Clelia: nell’incantevole scenario dell’isola domina ancora oggi nel cortile della Casa Bianca.

 

   Alberi nascosti, quasi protetti nei boschi, altre volte solitari, relitti di grandi foreste del passato, “eremiti e combattenti”, come li chiama Hermann Hesse nel suo Canto degli alberi. Un eremita come il tasso di Gorroppu, nel fantastico scenario del Supramonte di Urzulei: il grande vecchio di Sedda Ar Baccas, 4 metri di circonferenza, 10 di altezza, è stato dichiarato monumento naturale. Solitari sono anche i tre magnifici tassi di Tedderieddu, nel Gennargentu di Arzana, celebrati da Mario Rigoni Stern come i più vecchi d’Europa: le radici sembrano levigate, si allungano per decine di metri allo scoperto. Ai confini del paradiso verde di Montarbu, a Seui, un altro campione: il leccio di Funtana Su Canali, oltre 6 metri di circonferenza, salvato negli anni Quaranta da una guardia campestre, Giuseppe Carboni, che si oppose al taglio. Scampata alle motoseghe,grazie a un forestale, anche l’imponente roverella di Sa Cariasa a Illorai, circondata da lecci e biancospini: 7,5 metri di circonferenza. Merita una visita.

 

   Tesori della natura, monumenti viventi, come la foresta primaria di lecci di Montes a Orgosolo, mai sottoposta a tagli: alberi che nascono e che muoiono, il Supramonte mette in scena il ciclo della vita del mondo verde.

 

Fonte: www.sardegnaturismo.it



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